La bufala sulla carne di topo legale in Italia e i curiosi retroscena

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Oltre 36 mila condivisioni Facebook per questa baggianata pubblicata dal noto sito bufalaro “Il Fatto QuotiDAINO” dal titolo “Carne di topo. Finalmente LEGALE in Italia. Qui Come La Cina“.

Le culture cambiano, i gusti cambiano e con questi cambiano anche i modi di mangiare. Il mondo è globale, tutti hanno voglia di provare cose nuove, ecco che, in un clima come questo, arriva anche la carne di topo sulle nostre tavole.

Abbiamo parlato con l’imprenditore Alexis Mouse, autore della manovra economica: “Beh, l’Italia è bene che si apra totalmente a nuovi gusti e nuove passioni. I ratti possono essere cucinati in mille diversi modi: fritti, alla griglia, in brodo, al forno e via dicendo. Sono gustosi e prelibati, nonostante quello che dicono i malpensanti. Non bisogna temere nulla. Anzi, provate e non potrete farne più a meno”. Nelle grandi città già stanno spuntando le prime toperie, negozi adibiti alla vendita di carne di topo. Michele, 28enne romano, ha chiesto la prima licenza a Firenze: “Sono pochi quelli che credono in un’attività simile, io invece penso che bisogna sperimentare, provare. Siamo pronti per avvicinarci totalmente a culture apparentemente lontanissime da noi. Perché non fare il grande salto?”

E intanto impazza la topomania, finora, in Italia, infatti, nessuno si è lamentato della scelta del magnate Mouse, dimostrando come i cittadini italiani siano molto più aperti di quel che si pensa. In redazione, abbiamo provato, in anteprima il topo alla griglia, in salsa barbecue. E voi che fate? Assaggerete questa nuova squisita bontà? Fateci sapere che ne pensate. A volte basta poco per scoprire nuovi piaceri. La carne di topo, ne siamo convinti, sarà uno di quelli.

Già in precedenza il sito bufalaro Lanozione.com aveva diffuso la bufala il 23 marzo 2016 con l’articolo dal titolo “CIBO SHOCK: carne di TOPO legale in Italia“, ma non con tanto successo (1900 condivisioni). La versione del sito Lanozione.com riguardava l’intera sfera europea:

È evidente che le differenze culinarie tra l’oriente e l ‘occidente del mondo sono molte e varie. Le ricette differiscono per preparazione, cottura, e condimenti, o addirittura, come nel caso del sushi, che viene servito crudo, non vi è alcuna cottura. Certo la globalizzazione ha permesso una maggiore diffusione di notizie, beni, e quindi anche di cibo.

Ma la notizia di oggi ha davvero dell’incredibile, e potrebbe lasciarvi sconcertati. Se infatti sono molte le definizioni nel mondo di “cibo”, certo nessuno si sarebbe mai aspettato che la carne di topo potesse essere considerata tale.

Ma non la pensa così Bruxelles che ha deciso di introdurre negli schemi del cibo consentito anche la carne di topo, che potrà essere commercializzata tranquillamente in Europa, e quindi anche in Italia. Precisano da Bruxelles che la carne che verrà utilizzata proverrà solo da topi i allevamento, che verranno quindi controllati e seguiti, sia per quanto riguarda la parte del mangime utilizzato, sia dal punto di vista sanitario. “Non esiste nessun rischio per la salute umana, e nessun rischio di contaminazione o nuove malattie, questa carne verrà trattata al pari di tutte le altre, secondo le normative europee”.

Tornando all’articolo de Il Fatto QuotiDAINO e al suo intento “satirico”, presentando un imprenditore di nome “Mouse” (topo in inglese) e un romano di nome Michele (che messi insieme abbiamo “Michele Mouse”, vi ricorda qualcosa?) non c’è alcuna apertura di “toperie” nelle grandi città e non c’è alcuna “manovra economica”. Tuttavia bisogna fare chiarezza su alcuni aspetti.

Poniamo subito la domanda: la carne di “topo” è commercializzabile nel territorio dell’Unione Europea? Ecco cosa prevede il Regolamento CE n. 853/2004 (scaricabile in formato PDF anche da Debunking.it) dove vengono definite con il termine “carne” di tipo alimentare tutte le parti commestibili di ben precise categorie animali (pagina 32 del documento):

DEFINIZIONI
Ai fini del presente regolamento si intende per

1. CARNI

1.1. “carne”: tutte le parti commestibili degli animali di cui ai punti da 1.2 a 1.8, compreso il
sangue;
1.2. “ungulati domestici”: carni di animali domestici delle specie bovina (comprese le specie
Bubalus e Bison), suina, ovina e caprina e di solipedi domestici;
1.3. “pollame”: carni di volatili d’allevamento, compresi i volatili che non sono considerati
domestici ma che vengono allevati come animali domestici, ad eccezione dei ratiti;
1.4. “lagomorfi“: carni di conigli e lepri, nonché carni di roditori;
1.5. “selvaggina selvatica”:
− ungulati e lagomorfi selvatici, nonché altri mammiferi terrestri oggetto di attività
venatorie ai fini del consumo umano considerati selvaggina selvatica ai sensi della
legislazione vigente negli Stati membri interessati, compresi i mammiferi che vivono in
territori chiusi in condizioni simili a quelle della selvaggina allo stato libero;
− selvaggina di penna oggetto di attività venatoria ai fini del consumo umano.
1.6. “selvaggina d’allevamento”: ratiti e mammiferi terrestri d’allevamento diversi da quelli di cui
al punto 1.2;
1.7. “selvaggina selvatica piccola”: selvaggina di penna e lagomorfi che vivono in libertà;
1.8. “selvaggina selvatica grossa”: mammiferi terrestri selvatici che vivono in libertà i quali non
appartengono alla categoria della selvaggina selvatica piccola;

La normativa EU è abbastanza curiosa e alcuni ritengono che sia scritta in modo impreciso da questo punto di vista, tuttavia le carni ammesse al consumo umano dovrebbero in ogni caso sottostare ad un tipo di controlli che rende inammissibile la carne proveniente da fonti incerte (lo stesso vale per le carni di animali trattati con ormoni, ammessa negli Stati Uniti e vietate in Europa).

E la “selvaggina”? La regolamentazione di quest’ultima non li comprende nella definizione, non rientrando nei cosiddetti “mammiferi terrestri oggetto di attività venatorie ai fini del consumo umano”. Possiamo ben constatare che in Italia non vengono considerati selvaggina selvatica secondo l’articolo 2 comma 2 della legge “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio“:

Art. 2. (Oggetto della tutela)

2. Le norme della presente legge non si applicano alle talpe, ai ratti, ai topi propriamente detti, alle arvicole.

Quindi? Così come per le rane e le lumache, i “roditori” dovrebbero arrivare da appositi allevamenti controllati. Vi dice niente la nutria?

Le nutrie, dell’ordine dei “Rodentia“, sono commestibili e si mangiano in Italia. Quando ne vedete una pensate subito ad un “ratto gigante”, non è vero?

Nutria (Myocastor coypus) o "castorino"
Nutria (Myocastor coypus) o “castorino”

Si può parlare anche di “nutria in umido“.

Nutria in umido
Nutria in umido

Mangiare questo “topastro” è legale in Italia? Con due Circolari del 1959 (la n. 17 del 20 gennaio e la n. 144 del dicembre) l’Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità Pubblica presso il Ministero degli Interni (il Ministero della Sanità non era ancora stato istituito) liberalizzò le carni di castorino a patto che le stesse fossero “sottoposte a vigilanza veterinaria, messe in vendita ad animale intero e individuate con apposito bollino a cura dell’allevatore“.

Pensate che in Veneto sono state organizzate vere e proprie serate dedicate alla carne di nutria con uno sponsor di eccezione: l’assessore Mirco Lorenzon della Provincia di Treviso. Si, un assessore della Lega Nord, non un “cinese” o un “sinistroide” che “vuole imporre le culture cinesi in Italia”.

 

 

Cultura “cinese”?

Mangiare “roditori” fa parte dell’alimentazione storica dei paesi extra europei? All’epoca dell’antica Roma venivano mangiati anche i ghiri:

Apicio nelle sue fastose cene offriva ai suoi ospiti cibi elaborati, come pappagallo arrosto, utero di scrofa ripieno o ghiri farciti, di cui egli stesso indicava le ricette che intorno al 230 d.C. un cuoco di nome Celio compilò in una raccolta in dieci libri, il De re coquinaria (L’arte culinaria), attribuendola ad Apicio

Lasciando stare l’Oriente possiamo parlare dell’Occidente e delle cavie, o “porcellini d’india”, animali facenti parte dell’ordine dei roditori (“Rodentia“) che già all’epoca degli Inca venivano allevati per la loro lana e per la loro carne.

Il "porcellino d'India"
Il “porcellino d’India”

Questi animali, chiamati “cuy“, sono un piatto molto apprezzato nei territori andini del Sudamerica e viene cucinato in vari modi e in certi casi non proprio gradevoli alla vista degli europei (es. Cuy chactao).

Un piatto chiamato "Ajiaco de Cuy"
Un piatto chiamato “Ajiaco de Cuy”

David Tyto Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.
  • Elia Marin

    Fammi uno di tutto, abbondante. Comunque posso confermare che il ratto tailandese in umido è ottimo.