DISINFORMAZIONE Agcom: “Whatsapp e le app di chat paghino l’uso della rete telefonica”

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Nella giornata di oggi sono circolati diversi articoli riguardanti un’indagine dell’AgCom riguardante l’uso delle app di messaggistica online come Whatsapp, Messenger, Viber e tante altre. Riporto quanto scritto nell’articolo di Repubblica, citato anche dalle altre testate come “fonte“:

Nella sua indagine sui “Servizi di comunicazione elettronica” – relatore Antonio Preto – l’AgCom scrive che le applicazioni (Telegram, Messenger, Viber, la stessa Whatsapp) dovrebbero pagare un pedaggio per l’uso dei beni altrui. Per il passaggio sulle reti, ad esempio, il Garante vorrebbe imporre agli sviluppatori delle app un “obbligo a negoziare” con le società di tlc. Nello stesso tempo, il pedaggio per il loro transito dovrebbe essere “equo, proporzionato, non discriminatorio”. Le società di tlc non potranno prendere per la gola le applicazioni, altrimenti molte di queste, le più fragili, rischierebbero di estinguersi.

Oppure semplicemente eviterebbero il mercato italiano. Per compensare le app, il Garante pensa di permettere loro l’accesso al borsellino del cliente (in cambio di nuovi servizi a valore aggiunto). In altre parole, le app potranno attingere al credito telefonico degli italiani. E sarebbe certo una grande conquista. E’ anche vero che queste applicazioni solo in apparenza sono gratuite. In realtà, hanno un preciso modello di business che si basa anche sulla profilazione dei loro utenti. Queste app monitorano ogni nostra azione ricavandone un identikit preciso in termini di gusti.

Ricostruisco il processo. Tutto parte dal 2015, quando l’otto giugno venne avviata una delibera, la n. 357/15/CONS, intitolata “Indagine conoscitiva concernente lo sviluppo delle piattaforme digitali e dei servizi di comunicazione elettronica” (scaricabile in formato PDF dal sito dell’AgCom o da Debunking.it):

DELIBERA
Articolo 1
(Avvio attività di una indagine conoscitiva concernente lo sviluppo delle
piattaforme digitali e dei servizi di comunicazione elettronica)
1. E’ avviata una indagine conoscitiva concernente lo sviluppo delle piattaforme
digitali e dei servizi di comunicazione elettronica.
2. L’attività è svolta congiuntamente dalla Direzione Sviluppo dei Servizi digitali e
della Rete (Ufficio Sviluppo infrastrutture e servizi digitali, governance di Internet
e garanzia della non discriminazione) e dal Servizio Economico – Statistico (Ufficio
Programmazione Strategica). La responsabilità è affidata all’ing. Aldo Milan,
funzionario dall’Ufficio “Sviluppo infrastrutture e servizi digitali, governance di
Internet e garanzia della non discriminazione”.
3. Le modalità di partecipazione all’indagine conoscitiva, da parte dei soggetti
interessati, sono indicate sul sito web dell’Autorità.
4. Il termine di conclusione dell’attività è di 180 giorni dalla data di pubblicazione della
delibera sul sito web, fatte salve le sospensioni per le richieste di informazioni e
documenti. I termini possono essere prorogati dall’Autorità con determinazione
motivata.

In data 5 maggio 2016 viene pubblicata nel sito dell’AgCom la Delibera n. 165/16/CONS contenente l’indagine conoscitiva di cui si parla (scaricabile in formato PDF dal sito dell’AgCom o da Debunking.it):

Misure relative all’interconnessione per il trasporto del traffico dati e all’interoperabilità
245. Queste misure sono volte a garantire la possibilità a tutti i soggetti attivi nel mercato di interconnettersi e interoperare tra loro.
246. In primo luogo, esse potrebbero essere mirate a risolvere le eventuali criticità esistenti negli accordi di interconnessione ai fini del trasporto del traffico dati fra operatori di rete e fornitori di servizi OTT, garantendo che i primi siano remunerati per l’utilizzo delle proprie infrastrutture da parte dei secondi, al fine di promuovere gli investimenti nelle reti e così sostenere l’ingente quantità di traffico che i servizi a valore aggiunto generano.Tali accordi potrebbero, per esempio, prevedere un obbligo di negoziazione tra le parti (operatori di rete e operatori OTT) circa l’individuazione delle modalità di trasporto del traffico dati e del relativo prezzo. Un’altra ipotesi potrebbe consistere nella previsione da parte del regolatore di prezzi equi, ragionevoli e non discriminatori, al fine di evitare l’eventuale imposizione in via unilaterale di prezzi elevati per il trasporto del traffico dati che potrebbe, comprimendo i margini di profitto, disincentivare l’ingresso sul mercato e l’espansione dei fornitori di servizi. La misura potrebbe essere utile ad arginare l’adozione di comportamenti escludenti a livello wholesale e salvaguardare il principio della neutralità della rete.

E ancora:

Gli accordi di interconnessione fra operatori di rete e OTT nella proposta di ETNO
Gli operatori di rete, allarmati dalla crescita esponenziale dei servizi OTT, hanno in più occasioni evidenziato la necessità che gli operatori OTT paghino prezzi adeguati per l’interconnessione, al fine di compensare l’utilizzo della infrastruttura di rete. In questo contesto l’ETNO – European Telecommunications Network Operators – già nel corso del 2012 ha presentato una proposta di negoziazione dei sistemi di tariffazione della interconnessione IP con i fornitori OTT basata su accordi commerciali tra imprese. In particolare, l’ETNO ha avanzato tre proposte: i) i fornitori di servizi OTT dovrebbero essere tenuti a pagare un equo compenso per il traffico trasportato; ii) il pagamento del prezzo dovrebbe essere previsto in caso di trasporto di servizi premium; iii) i governi dovrebbero consentire la messa in atto di questi accordi di interconnessione, nel rispetto della libertà di negoziazione e senza interferire. La proposta di ETNO incontrò l’opposizione degli OTT e dello stesso BEREC: non vi sarebbe difatti alcuna prova evidente che le spese sostenute dagli operatori di rete non fossero già remunerate, tenuto conto in particolare dell’aumento di traffico dati derivante dall’ampliamento dell’offerta di contenuti e servizi da parte degli operatori OTT.

Il 28 giugno 2016, in seguito alla diffusione di notizie da parte dei media, arriva il comunicato stampa dell’AgCom (scaricabile in formato PDF anche su Debunking.it) intitolato “App di comunicazione sociale: AGCOM pubblica i risultati dell’indagine conoscitiva“:

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni pubblica oggi i risultati dell’Indagine conoscitiva concernente lo sviluppo delle piattaforme digitali e dei servizi di comunicazioni elettronica. Al centro dello studio, i cosiddetti consumer communications services, altrimenti definiti “app di comunicazione sociale”, le applicazioni che consentono lo scambio di contenuti vocali, messaggi, foto e video fra due o più utenti, per lo più utilizzate da device mobili, quali ad esempio WhatsApp, Indoona, iMessage, Facebook Messenger, Skype.

Lo studio di AGCOM si inquadra in un contesto in cui, nel corso degli ultimi anni, l’ampia diffusione di servizi di accesso a banda larga in postazione fissa e mobile ha stimolato lo sviluppo di una serie di nuovi servizi e di apparati terminali evoluti, accrescendo la domanda di accesso ad Internet degli utenti e stimolando, di conseguenza, anche gli investimenti in capacità della rete e lo sviluppo di nuovi servizi ed applicazioni.

L’indagine ricostruisce innanzitutto il quadro giuridico e regolamentare di riferimento dei consumer communications services, soffermandosi sull’attualità della definizione di Electronic Communications Services (ECS); analizza quindi il contesto tecnologico e di mercato nel quale tali servizi si sono diffusi, mettendo in luce il continuo aumento del numero di utenti delle app sociali, accompagnato da un minore utilizzo dei tradizionali servizi vocali e di SMS. Lo studio analizza, altresì, come si distribuiscono per genere, fascia d’età, ubicazione geografica e occupazione, gli utenti delle app più utilizzate in Italia evidenziando la fruizione pressoché quotidiana di tali servizi, che riscuotono un successo enorme non solo tra gli utenti più giovani, ma anche tra gli over 65.

Sulla base dell’analisi del contesto di mercato e dell’impatto della diffusione dei servizi di app sui servizi tradizionali di comunicazione, l’indagine rivela l’opportunità di considerare in ambito europeo una nuova formulazione di servizi ECS, strumentale all’eventuale adozione di un level playing field fra i diversi attori in campo, e descrive le principali misure potenzialmente applicabili, come scaturite dalla fotografia del dibattito attualmente in corso. L’indagine presenta quindi in forma coordinata e organica i numerosi problemi regolamentari posti dallo sviluppo e dalla diffusione dei consumer communications services, passando in rassegna le possibili opzioni regolatorie in ambito europeo e nazionale, evidenziandone rischi e opportunità. L’indagine non impone, né avrebbe potuto imporre data la natura conoscitiva della medesima, alcuna misura specifica in capo agli operatori OTT, come erroneamente anticipato da alcuni organi di stampa, tantomeno oneri economici in capo a soggetti attualmente estranei all’attività regolamentare dell’AGCOM. L’indagine rappresenta un utile strumento di approfondimento e quindi una riflessione aperta su un tema attualmente al centro del dibattito europeo.

Insomma, nessun obbligo riguardante gli operatori di rete e operatori OTT. Non vi è alcun “piano” dell’AgCom, ma soltanto un’analisi e riportando delle “possibili soluzioni” ad una serie di problematiche illustrate evidenziando i rischi e le opportunità.

David Tyto Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.
  • Andrea Assen

    Anche se l’articolo ha molto semplificato rimane il fatto che nell’indagine composta da oltre 100 pagine viene dato ampio spazio alle “esigenze” delle compagnie telefoniche tradizionali ed al supposto danno che subirebbero da parte dei servizi innovativi (OTT) i quali basano il proprio business sfruttando l’infrastruttura e i servizi di rete pagati e sostenuti dalle compagnie telefoniche tradizionali e permettono agli utenti di comunicare senza pagare alcunché.
    L’indagine propone anche dei correttivi a pagamento, semplificati, forse eccessivamente, dall’articolo di repubblica.
    A mio avviso questo ragionamento è aberrante come sarebbe chiedere a Pirelli e Fiat di pagare delle commissioni ad Autostrade o di far pagare ad Amazon l’utilizzo della rete internet, perché senza quest’ultima Amazon non potrebbe esercitare il proprio business.