BUFALA Il contadino Pietro condannato per aver sparato ai ladri zingari

bufala-pacciani-mostro-firenze-zingari

Il 9 giugno 2016 la pagina Facebook “TV Sorrisi e Cartoni” pubblica un meme interessante, il quale ha superato le 12 mila condivisioni Facebook:

post-pietro

Quest’uomo si chiama Pietro. E’ un povero contadino che è stato condannato per aver sparato ai ladri zingari che volevano anche stuprare la moglie Angiolina. CONDIVIDI SE PENSI CHE SIA UNA VERGOGNA!!!

Chi condivide questa immagine pensando sia vera sta causando un danno. L’uomo nella foto non è stato condannato per aver sparato a degli zingari che volevano stuprare sua moglie: si tratta di Pietro Pacciani, condannato per il processo “Mostro di Firenze“.

Questo genere di meme bufala ingannano l’utente, facendogli passare personaggio per una vittima di un caso mai accaduto. Mentre nessuno zingaro venne colpito per evitare di stuprare sua moglie, le figlie accusarono lui per stupro e violenze:

Parlano Rosanna e Graziella, sventurate figlie di Pietro Pacciani. Urlano da un silenzio disperato: la loro vita. La mamma Angiolina invece ha mormorato soltanto una frase tagliente come una ghigliottina: “Io la moglie? Ma che moglie?”. Le ragazze non dicono babbo o papa’ . Dicono sempre “lui”. Lui, l’ ombra incubo. Rosanna Pacciani, 28 anni. Porta una tuta nera e scarpette da ginnastica nera, il colore del lutto, della sofferenza. Assomiglia tanto al papa’ , anzi a “lui”. Forse questo e’ un altro tormento. Ogni volta che si guarda allo specchio riconosce il volto di “lui”. E’ stata tre volte ricoverata in psichiatria. La tassa imposta dalla sua storia infernale. Ecco cosa racconta. “Lui ci ha violentate per otto o nove anni. Con me comincio’ quando ne avevo nove e con mia sorella quando ne aveva dieci. Ci chiamava a letto tutte due assieme, o una alla volta. Mia mamma lo sapeva. Pero’ lui non voleva che si intromettesse. La mandava via, la mia mamma. Con mia sorella ce lo faceva fare insieme, ma tante volte no, in casa e anche fuori. Di notte e a volte anche di giorno. Io stavo in camera con Graziella. Sera per sera, decideva lui con chi voleva dormire. Se voleva me, mamma e mia sorella restavano nell’ altra stanza. Qualche volta, con la macchina, ci portava nei boschi. Una delle due doveva fare la guardia”.

Venne condannato in primo grado a più ergastoli per 7 degli 8 duplici omicidi, mentre l’assoluzione in appello venne annullata in Cassazione. Morì prima di essere sottoposto ad un nuovo processo.

Qualcuno ha creduto alla bufala? Una persona così nota e famosa? Ebbene si, eccone un esempio:

francesco
La condivisione di Francesco

E ancora:

La condivisione di Giuseppe
La condivisione di Giuseppe

Di seguito la storia raccontata in un articolo di RaiNews del 2014 intitolato “20 anni fa la condanna di Pacciani. L’incubo del mostro: 16 omocidi in 17 anni“:

Dal 1968 al 1985 la provincia di Firenze fu sconvolta da otto duplici omicidi. Un macabro rituale che presentava, nel passare degli anni, elementi in comune inquietanti: ad essere uccisi erano sempre giovani fidanzati che si erano appartati in zone isolate in cerca di intimità, la ragazza era sempre quella ad avere la peggio con mutilazioni e un accanimento sul corpo. Il Mostro di Firenze, questo l’appellativo in codice che i media attribuirono al serial killer misterioso.

Le indagini e l’arresto
Pietro Pacciani entra in questa vicenda nel 1991, anno in cui gli investigatori cominciano a indagare su di lui. Nato nel 1925, è soprannominato il Vampa, per il suo carattere iracondo e tendente alla violenza, già condannato in via definitiva a tredici anni di carcere per aver ucciso, 26enne, un rivale in amore, trovato in atteggiamenti “equivoci” in compagnia della sua fidanzata di allora. Dopo aver ucciso l’uomo, Pacciani costrinse la ragazza a un rapporto sessuale davanti al cadavere della vittima.

Gli indizi e le prove: “Il Mostro è lui”
Contro di lui, oltre che i precedenti penali, tutta una serie di indizi: da una parte il racconto dei vicini e dei conoscenti, che lo descrivevano come un uomo perverso e senza scrupoli, capace di azioni violente improvvise e incontrollabili, colpevole di vessare in ogni modo i parenti più stretti. Oltre a questo, una serie di congetture lo dipingevano come un uomo deviato dal punto di vista sessuale, ossessionato da perversioni di ogni genere. E in più furono ritrovate in casa sua diverse cose legate alla catena di delitti: ritagli di giornali, il numero di una targa annotata, cartucce di un fucile compatibile con l’arma del Mostro.

La vicenda processuale, un colpo di scena dopo l’altro
Pacciani venne arrestato il 17 gennaio del 1993 e il processo contro di lui iniziò il 19 aprile del 1994. Il primo novembre di vent’anni fa, infine, arrivò la condanna all’ergastolo per gli omicidi del Mostro. In lacrime, in aula, Pacciani ascoltò la sentenza dopo che aveva professato per tutto il dibattimento la sua totale estraneità ai fatti. Sembrò allora chiudersi l’incubo per i delitti che avevano terrorizzato tutta la Toscana. Ma due anni dopo ci fu il colpo di scena: Pacciani venne assolto in appello e scarcerato. Il presidente della Corte criticò duramente l’impianto accusatorio che aveva portato all’ergastolo, basato principalmente su prove indiziarie prive di riscontri concreti. Anche la Procura, infatti, aveva chiesto l’assoluzione.

La misteriosa morte
Fu la Cassazione ad annullare l’assoluzione del secondo grado, ordinando un nuovo processo d’appello perché il giudizio era stato viziato da un errore tecnico per cui non fu possibile verbalizzare la testimonianza di Giancarlo Lotti, che dichiarò di essere coinvolto nella serie di delitti, insieme a Pacciani e a Mario Vanni. Alla vigilia del processo-bis, il 22 febbraio 1998 Pacciani viene trovato morto nel suo casolare di campagna, con i pantaloni abbassati e il maglione tirato su fino al collo. L’autopsia stabilirà che un farmaco altamente pericoloso per una persona anziana e con gravi problemi cardiaci come lui si era rivelato letale.

I compagni di merende
Fin qui la vicenda giudiziaria. Ma a vent’anni dalla condanna in primo grado, con la morte sopraggiunta prima del secondo appello, la vicenda del Mostro di Firenze si è processualmente chiusa con molte zone d’ombra. Certo, i “compagni di merende” furono poi condannati in via definitiva e quindi una verità giudiziale è stata raggiunta. Ma restano i dubbi su quei movimenti ingenti di denaro sul conto in banca di Pacciani, le ipotesi di delitti su commissione messi in pratica dal gruppetto degli amici di Pacciani, una morte oscura proprio alla vigilia di un nuovo processo.

Una spirale di violenza senza fine
La fine del Vampa e la scomparsa anche degli altri “compagni di merende” mise fine all’incubo collettivo, a una stagione oscura delle pagine di cronaca nera che aveva invaso le tv, i giornali e il linguaggio comune. Nella storia sono molti i delitti seriali capaci di terrorizzare la collettività, ma sono rari i casi in cui un giallo arriva addirittura a scuotere le abitudini dell’opinione pubblica. Nel caso del Mostro fu così: la mattanza delle coppie di innamorati pose interrogativi sulla sicurezza della generazione di adolescenti, fece finire sul banco degli imputati i padri e le madri che “costringevano” i figli a cercare luoghi per la propria intimità fuori dalle mura di casa. Sebbene diverse ipotesi non accertate fino in fondo contribuiscano a lasciare un alone di mistero attorno alla vicenda, nella memoria restano gli atti del processo, le testimonianze raccapriccianti, le foto da film dell’orrore che ritraevano i corpi mutilati, le immagini di una storia di inspiegabile furia e odio.

David Tyto Puente

Nato a Merida (Venezuela), vive in Italia dall'età di 7 anni. Laureato presso l'Università degli Studi di Udine, opera nel campo della comunicazione e della programmazione web.