DISINFORMAZIONE Pornoallevamenti e cinquanta sfumature di latte

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Ci viene segnalato un video in cui si racconta l’allevamento delle bovine da latte come una sorta di inferno sadomaso.

 

La narratrice è Erin Janus, una ragazza vegana i cui video sono particolarmente popolari su YouTube.
In realtà, come vedremo, c’è una grandissima attenzione al benessere animale perché ormai tutti gli allevatori (anche quelli che non hanno potuto studiare a lungo e usufruire dei master di nuova generazione) hanno capito che animali felici=migliore salute=produzione migliore. L’argomento mungitura è uno dei temi principali delle riviste specializzate, come la climatizzazione.

 

 

Vediamo di analizzare questo video:

1) I filmati sono vecchi e fatti in stalle brutte, tenute male. Però le stalle moderne, alcune addirittura concepite in modo da non separare i vitelli dalle madri e che hanno ricevuto il riconoscimento di compassionate farming, guarda caso, non vengono mai filmate. Stalle così mal tenute come nel video, ormai si trovano solo nei paesi in via di sviluppo o in Italia in posti dove poi l’allevatore, che per problemi di istruzione e di mentalità “all’antica” ignora le norme attuali, si lamenta che non gli comprano il latte  (strano, no? Il motivo è che il latte di animali non trattati bene non è di qualità: i parametri sono vari, ma sono quasi sempre connessi al benessere dell’animale).

2) Che i tori siano maltrattati per ottenere lo sperma, mi fa ridere: qual è il maschio che non gradisce un “servizietto”? Oltretutto li stimolano solitamente tramite l’odore di femmine in calore, e il sistema con lo stimolo elettrico (che non è doloroso, altrimenti perché accidenti eiaculerebbe?) è usato solo per animali con problemi a “far da soli”, non in modo sistematico. Oltretutto i tori sono di gran pregio: voi lo maltrattereste sul serio un toro del quale ogni eiaculato venduto frutta intorno ai 100 € (senza parlare dei campioni)? Gli eiaculati sono infatti divisi in paillettes che costano ciascuna in media dai 5 ai 25 € (più il toro è di valore, più sale il costo), e ogni paillette non contiene che pochissimo liquido (da 0,25 a 0,5 ml); considerando che la produzione media di sperma di un toro si aggira intorno agli 8-10 ml, potete capire come, nel peggiore dei casi (solo 8 ml, in paillettes da 0,5 ml perché gli spermatozoi sono pochi o poco vitali, a 5 € la paillette), un solo eiaculato possa fruttare 80 €. Per i dati sulla raccolta, produzione e qualità dello sperma, sono disponibili in ogni libro di settore, ma per comodità è accessibile anche il sito della facoltà di medicina veterinaria dell’università di Napoli.

3) Per quanto riguarda l’inseminazione artificiale: dato che non va eseguita a caso, ma nella breve finestra dell’ovulazione (che dura circa 18 ore o anche meno), si fa in modo di localizzare il periodo giusto osservando il comportamento dell’animale. Quando si insemina, la procedura è talmente veloce e poco problematica per la bovina, che è la prima tecnica che insegnano a veterinaria, perché anche uno studente inesperto può eseguirla con delicatezza e senza disturbare eccessivamente l’animale: con il riflesso di immobilità dovuto al calore e a volte lo spostamento di lato della coda fatto spontaneamente dall’animale stesso non serve che vi dica che non c’è bisogno praticamente di contenimento.
Potete leggerne qui.
La “rape-cage” non l’ho mai né sentita né vista: la foto che mettono per circa mezzo secondo, analizzata con un fermo immagine, sembra proprio un sistema di mungitura semiautomatico a rotazione o a giostra, che permette di mungere l’animale con poco stress, rimettendolo in libertà nel recinto appena terminata la procedura.
Sappiate che le bovine entrano nel robot di mungitura spontaneamente, quindi, a meno di non voler attribuire erroneamente loro comportamenti umanizzati sadomaso, si può dire che sia una procedura per loro non stressante ed anzi utile, l’equivalente del motivo per cui le bovine al pascolo in montagna la sera rientrano spontaneamente in stalla e “chiamano” il fattore per farsi mungere.

4) Questione vitelli: per ridurre lo stress da separazione si è per lungo tempo cercato di separarli subito dalle madri. A separarli più tardi, come si usava in passato, succede quel che si vede in video: cosa che veniva fatta spesso, tornando al concetto di cui sopra, soprattutto in allevamenti vecchio stile.

Il colostro, cioè il primo latte, viene comunque munto e dato solo al vitello, noi non possiamo berlo/farne formaggio. I box per vitelli sono usati ormai solo per animali piccoli, che in recinto con i più cresciutelli non riuscirebbero a mangiare a sufficienza (eh sì, la prepotenza e la prevaricazione sul più debole esiste anche tra teneri vitellini). Poi, raggiunto un determinato peso, di solito dopo la prima settimana, vanno in recinto con gli altri.

Non è la soluzione migliore, però adesso esistono stalle che non separano più i vitelli dalle madri  e la mungitura avviene tramite robot che leggono il chip contenuto nel collare della bovina; in ogni caso il latte prodotto è tanto che il vitello può continuare a stare con la madre, mentre in passato ( quel caro passato, bucolico solo secondo gli autori del video sopra) lo stress per gli animali era molto elevato, dato che al piccolo non veniva permesso di essere allattato, ma stava legato in stalla con la madre alla catena davanti. Rispetto a quella situazione, i passi in avanti sono stati notevoli, ed ogni anno ormai si presentano delle novità per migliorare la situazione dei vitelli.

AGGIORNAMENTO

Due parole sul presunto latte venduto misto a pus.
Dal punto di vista veterinario, se una bovina presenta pus in mammella, non ha una semplice infiammazione, cioè la mastite, che invece si può curare; mentre ciò avviene, il latte viene sistematicamente scartato, non solo per  l’antibiotico, dato come a noi per evitare che la situazione si aggravi, ma anche per le cellule coinvolte nell’infiammazione, perchè l’animale non produrrebbe latte in grado di cagliare ( e quindi formaggi, yogurt ecc. ce li possiamo scordare), ma tale latte inoltre non rispetterebbe i parametri microbiologici. Un certo livello di batteri “buoni” nel latte è sempre presente, e aiuta anche la nostra flora intestinale, ma i parametri sono molto rigidi e bassi, per proteggere anche i soggetti più deboli come i bambini. Ecco perchè per esempio il latte viene venduto solo pastorizzato, e ai distributori di latte crudo si raccomanda di scaldare il latte fin quasi all’ebollizione per circa 20 secondi almeno, per effettuare la “pastorizzazione casalinga”. Tenete presente che da letteratura scientifica il minimo è 72°C per 15 secondi.
Detto questo, il pus in mammella è segno di degenerazione tissutale ed infezione batterica grave: vale a dire, che se c’era una mastite, questa non è mai stata curata, e la mammella sta degenerando. A questo punto però, se si conosce il significato di “degenerazione tissutale”, viene spontaneo chiedersi: può una mammella in quelle condizioni produrre ancora latte? La risposta che vi posso dare è NO. Quindi, anche senza considerare tutti i controlli che vengono effettuati sul latte quando arriva in caseificio, potete capire che chi afferma che il latte ci venga dato anche quando c’è del pus dentro, come minimo non è mai stato in una stalla a vedere una mungitura e non ha mai visto del vero pus. Io ho, per lavoro, visto entrambi, anche se nel caso del pus sarebbe più corretto dire che l’ho sentito. WARNING: NON PROSEGUITE A LEGGERE SE AVETE LO STOMACO SENSIBILE.
Credetemi, l’odore è inconfondibile, nauseabondo, insopportabile. Non va via in nessun modo, nè tantomeno può essere nascosto dal profumo delicato del latte o dalla pastorizzazione, figuriamoci la semplice filtrazione.
Il pus maturo, inoltre, quello che vorrebbero farvi credere si possa confondere con il latte, ha una consistenza ed un colore più simile al purè di patate. Ripeto, ha un odore inconfondibile, che nulla ha a che vedere con il profumo leggero del latte.
Inoltre, una mammella che sia affetta da un simile problema sarà brutta, rovinata, e l’animale in generale non starà bene. Come può tutto ciò essere confuso per mammella sana e latte da portare in caseificio? Non può, nessuno lo farebbe, perchè la cosa sarebbe controproduttiva, il latte verrebbe scartato in caseificio e l’allevatore non vedrebbe un soldo.

Questa del pus nel latte è una leggenda metropolitana, come quella dei vitelli geneticamente modificati per non avere ossa (e che sarebbero, meduse?) o quella delle uova che sarebbero le mestruazioni delle galline (6 anni di studio di medicina veterinaria e questa cosa non l’ho mai sentita), messa in giro dai vegani. Secondo la loro logica, la gente dovrebbe credergli sulla parola e non mangiare più nè carne nè latte, nè uova. Il problema sono quelle persone che invece di credergli sulla parola, preferiscono avere fiducia nella scienza e verificare le affermazioni tramite dati e prove concrete. E notate: un video NON è una prova concreta. I video possono essere alterati, tagliati, estrapolati dal contesto, ecc. Per quanto ne sappiamo, visto che la tipa è statunitense, i video potrebbero essere vecchi video di denuncia di situazioni estreme verificatesi negli USA. Come questo dovrebbe riguardare l’Europa, con i suoi parametri rigorosi presi a modello da tutto il mondo, resta per me un mistero.

Sul sangue presente nel latte, il discorso si ripete: un animale non sano lo si nota, l’allevatore non lo metterà a fare la mungitura con gli altri. Inoltre non capisco l’immagine. Il sangue non scende giù dalla mammella in quel modo, è coagulato, scuro; se è rosso vivo c’è una ferita, non un’infiammazione; al massimo si dovrà tenerla pulita e disinfettata. Ad essere sincera, per esperienza, a me il liquido contenuto nel bicchiere sembra tintura di iodio, guarda caso un disinfettante molto usato per la mammella. Le cellule somatiche indicate nel video sono un misto normalmente presente di cellule dell’epitelio interno alle ghiandole mammarie, e qualche cellula del sangue. Ma ciò è perfettamente normale e assolutamente non patologico, nè per la bovina nè per le persone. La stessa cosa accade anche col latte materno per i neonati. Ovviamente il parametro stabilito non è stato definito arbitrariamente, ma con ricerche scientifiche. Per quanto riguarda il filtro mostrato, non saprei proprio dove abbiano pescato l’immagine, ma non mi risulta che un filtro “macroscopico” permetta di escludere, come ho detto, il pus ed i batteri, i quali sono microscopici.

Un’ultimo commento agli animali che “crollerebbero a terra” per l’eccessivo sfruttamento. Forse a chi ha fatto il video sembrerà strano, ma questi animali possono soffrire di diverse patologie, come gli esseri umani. Alcune di queste danno sintomatologia neurologica, come il famoso “morbo della mucca pazza”, ed alcune immagini sembrano essere arrivate da quell’epoca. Altre patologie provocano letteralmente il fatto che l’animale non riesca a reggersi sugli arti, ma non sono crolli da “eccessivo sfruttamento”, semmai sono dovuti ad un’alimentazione per esempio povera in calcio, cosa che può capitare, specie se l’animale passa molto tempo a mangiare erba da un terreno povero di questo sale minerale. Altre sono chiare immagini di mala gestione, ma chissà come mai questi “animalisti” sono sempre lì pronti a filmarle: forse perché sono poche eccezioni, magari finite in qualche caso grosso di denuncia? Ho anche avuto colleghi che parlavano di immagini “create ad hoc” dagli animalisti, ma vorrei non dover credere che queste persone maltrattino gli animali apposta per convincerci che altre persone lo fanno; vorrei sperare che sia solo una voce.

Da veterinaria, vorrei fare una riflessione: personificare gli animali, attribuendo loro lo stesso tipo di sensazioni e pensieri degli umani, nonché gli stessi parametri di comportamento, non significa averli davvero a cuore. Gli animali vanno riconosciuti appieno nella loro dignità di animali, e ciò significa conoscere e studiare i loro reali comportamenti e bisogni, diversi da quelli di un essere umano. Chi dimentica questa diversità denigra tale dignità riducendo l’animale ad un mero fantoccio rappresentante la natura umana, destinato nel migliore dei casi a fare da protagonista a qualche favola in stile Esopo.
Per migliorare qualcosa, sia essa un’istituzione o un settore economico, dobbiamo farne parte in maniera consapevole. Per chi voglia informarsi riguardo il benessere animale, esiste un’associazione europea che collabora con gli operatori del settore per migliorare costantemente questo aspetto:
cosa che non avverrà certamente mandando in crisi il settore.
Un altro interessante articolo spiega, invece, abbastanza in breve come sia mutata rispetto al passato la situazione a livello legislativo e pratico.

Per concludere: anche se la situazione non è tutta rose e fiori, si sta lavorando per  migliorare il benessere di questi animali. Come consumatori possiamo premiare le scelte rivolte al benessere essendo disposti a pagare un poco di più per i prodotti di qualità, certificati per esempio dall’associazione europea per la compassionate farming di cui all’inizio trovate il link.
Un’ultima nota personale: ritengo che chi, come la ragazza in foto, dipinga la situazione in modo falsato e orribile, con un sorriso in volto, abbia un problema serio riguardo la sessualità e gli animali.
Come puoi sorridere così parlando di ciò che tu stessa definisci “maltrattamento animale?”

CREDITS

http://www.informatorezootecnico.it

http://www.federica.unina.it/medicina-veterinaria/patologia-riproduzione-animali-allevamento-intensivo/raccolta-valutazione-materiale-seminale/

http://www.delaval.it/-/i-nostri-prodotti/Mungitura/soluzioni/Rotaries/

http://www.compassionsettorealimentare.it/chi-siamo/

MCB

MCB

Dottoressa in Medicina Veterinaria, laureata a Padova nel 2012, lavora in Germania come collaboratrice in progetti di ricerca all'università di Ulm. Si interessa in particolare di benessere degli animali per scopi sia alimentari che medici; sostenitrice del concetto di "One Health", ovvero della necessità di considerare unitamente la salute umana e quella animale.
  • Malore

    Il video è americano e quindi le regole in America non hanno niente a che fare con quelle europee.