PRECISAZIONI – Doina Matei in carcere “per sorriso”?

doina_matei-2

Dopo l’omicidio di Vanessa Russo commesso il 26 aprile del 2007, Doina Matei era stata riconosciuta dalle immagini dei video di sorveglianza della metropolitana di Roma e condannata a sedici anni per omicidio preterintenzionale.

doina
Dopo averne scontati nove, le viene concessa la semilibertà.
Durante questo periodo, la donna apre un account su Facebook con un nome fittizio (o soprannome) e condivide -pubblicamente- alcune immagini della propria vita.
Non mi interessa soffermarmi né sul bikini, né sul sorriso, poiché, pur avendo in dotazione persone care, figli e sentimenti, non intendo chiamarli in causa in questa sede.
Infatti non è mia competenza (né competenza di BeD) discutere la liceità per Doina di condividere la propria serenità tramite i social e regalare considerazioni sommarie sulle intenzioni e sul pentimento della stessa.
La mia competenza (e di BdD) è rendere il  più chiaramente possibile l’idea di questa situazione e lasciare che Voi, se vi aggrada, possiate discutere di questa liceità e regalare considerazioni sommarie varie ed eventuali a qualcuno. O anche no. Ma che possiate farlo con cognizione.
In seguito alla pubblicazione di tali immagini da parte dei media, a Doina Matei viene contestata la violazione dei termini di semilibertà e la stessa viene ritradotta in carcere.

L’avvocato Nino Marazzita conferma lo scoop del ‘Corriere’ al telefono: “Sì, è andata proprio così. Le hanno tolto la semilibertà solo perché ha pubblicato una foto in costume al mare sul profilo Facebook”.

Doina Matei NON è tornata in carcere per un sorriso, né per il bikini, né perché è andata al mare. Questo è un assunto fino a prova contraria, ovvero fino a quando non verrà dimostrato il contrario.
Le misure alternative alla detenzione sono condizionate da alcune restrizioni di orario e, naturalmente, di ambito. Nonché da una serie di prescrizioni che sono lasciate alla discrezionalità del giudice che poi può anche modificarle o limitarle. Più frequentemente si ravvisano l’obbligo di un lavoro stabile, il divieto di rientrare in casa dopo una certa ora, il divieto di uscire di casa prima di una certa ora al mattino, il divieto di tenere armi o altri strumenti atti ad offendere, il divieto di frequentare riunioni o manifestazioni senza l’autorizzazione di P.S., l’obbligo di presentarsi al giudice di sorveglianza se ne faccia richiesta e il divieto di accompagnarsi a pregiudicati. Tali prescrizioni devono poi essere contenute in una “carta precettiva” che la persona in stato di libertà vigilata deve portare sempre con sè.

Secondo l’avvocato: “Nessun divieto specifico del giudice della Sorveglianza a utilizzare i social o ad allontanarsi dal luogo di residenza.”

Il divieto di utilizzo dei social network, in caso non sia espressamente indicato negli articoli, dovrebbe far parte delle prescrizioni discrezionali.
In realtà esiste una sentenza della Corte di Cassazione del 31/1/2012 che afferma che, almeno durante la detenzione domiciliare, i limiti telematici entro cui il soggetto sottoposto al provvedimento ha facoltà di “movimento” prevedono solo di utilizzare “internet” per attingere informazioni e notizie; divieto assoluto invece di suo utilizzo per “comunicare” con terzi per propri scopi e finalità personali.
Sarebbe necessario appurare che le misure siano le stesse per il regime di semilibertà.
D’altro canto, come evidenziato su l’Altro diritto, il regime di semilibertà si allontana dallo schema delle misure alternative: l’istituto è finalizzato a consentire una modalità di esecuzione della pena detentiva particolarmente favorevole al consolidamento dell’evoluzione positiva della personalità del condannato soprattutto attraverso il reinserimento, seppur parziale e controllato, nell’ambiente libero. L’art. 48, comma primo, dell’Ordinamento penitenziario recita, infatti: “Il regime di semilibertà consiste nella concessione al condannato e all’internato di trascorrere parte del giorno fuori dell’istituto per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale“. Non è corretto, quindi, parlare di misura alternativa alla detenzione, poiché il soggetto mantiene la veste di persona privata della libertà ed inserita in istituto penitenziario; tuttavia gli ampi margini di libertà concessi all’interessato e le possibilità di ripresa di contatto con l’ambiente libero integrano gli estremi di “una vicenda profondamente modificativa delle modalità di esecuzione della pena”.
È inoltre da considerare, a mio modesto parere, il fatto che la donna non abbia aperto il profilo con il suo vero nome, usando invece un suo soprannome (ciò che non è inusuale o incomprensibile a livello umano, ma che la pone comunque in difetto dal punto di vista legale).
Non aggiungerò altro.

Data la difficoltà ad orientarsi nell’immensa valle del diritto penale per chi, come me, può solo cercare di interpretare al meglio le nozioni reperite sui vari siti, sarò grata se qualcuno competente in materia volesse dare il suo contributo, correggere o aggiungere.

CREDITS

http://www.diritto-penale.it/le-misure-alternative-alla-detenzione.htm

http://www.altrodiritto.unifi.it/index.htm
http://dirittoitaliano.com/giurisprudenza/provvedimento.php?Arresti-domiciliari—divieto-di-comunicare-attraverso-Facebook—sussiste-115

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-primo/titolo-viii/capo-i/sezione-ii/art228.html

 

*Mary*

*Mary*

Debunker di giorno, poetessa di notte. Non mi laureo in Medicina e Chirurgia, né mi specializzo in Neuropsichiatria ma, dopo aver abbandonato la facoltà, lavoro felicemente molti anni per una grande azienda di carte di credito. Faccio bouquet di caramelle senza assaggiarne nemmeno una: dovrebbe indicare una volontà di ferro, ma la verità è che non mi piacciono le caramelle.