Insegnare l’etica nella scienza

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C’è una rivista che ho conosciuto per caso. È il “the Analytical Scientist”. A molti non dirà nulla. Si tratta di una rivista relativamente nuova, conosciuta soprattutto in ambito chimico analitico. Eppure è una rivista che pubblica notizie scientifiche molto interessanti, oltre che editoriali che inducono alla riflessione.

Uno di questi editoriali [1] mi ha fatto pensare al ruolo che tutti noi docenti di discipline scientifiche di ogni ordine e grado (ma il discorso si applica a tutti i docenti di tutte le discipline) abbiamo nel trasmettere l’etica scientifica alle giovani menti.

Noi siamo chiamati ad insegnare non solo le basi delle materie in cui siamo esperti (nel mio caso un certo ramo della chimica) ma anche e soprattutto le basi del metodo scientifico. In cosa consiste questo metodo? Ormai se ne sente parlare ovunque. Molto semplicisticamente si osserva un fatto; si elaborano delle ipotesi; si riproduce il fatto cercando di verificare le ipotesi; se le ipotesi sono verificate, si cerca di riprodurre lo stesso fatto cambiando le condizioni fino a che le ipotesi suggerite non vengano falsificate, ovvero non riescano più a spiegare il fatto osservato; si elaborano nuove ipotesi e si continua fino a che nuove prove sperimentali non falsificano le nuove ipotesi; si continua per tentativi ed errori fino a che non si trovano delle condizioni tali che le ipotesi più recenti non vengano di nuovo falsificate. Alla luce di quanto scritto ne viene che solo il tempo è in grado di stabilire se una certa ipotesi è sufficientemente forte da poter essere considerata come una vera e propria “verità”. Naturalmente, si parla di verità scientifica, ovvero non assoluta (tipica delle confessioni religiose di ogni tipo, laiche e non), ma relativa solo alle condizioni che sono state sperimentate fino a quel momento. Un esempio tipico dell’approccio appena descritto è nella meccanica classica elaborata da Newton. Essa ha descritto efficacemente per più di 400 anni il comportamento dei corpi. Solo all’inizio del XX secolo, l’introduzione della meccanica quantistica [2] e della teoria della relatività [3], ovvero di nuove ipotesi (oggi teorie), hanno consentito di descrivere meglio certi fatti sperimentali non spiegabili mediante la semplice applicazione della fisica Newtoniana.

Cosa c’entra tutto questo con la trasmissione verso le giovani menti dell’etica scientifica?

“Etica” è una parola che deriva dal greco “ἦθος” che vuol dire “carattere”, “indole” [4]. Insegnare il metodo scientifico vuol dire forgiare il “carattere” dei giovani studenti a perseguire i propri obiettivi rispettando certe regole ben precise. Queste regole sono quelle relative al “metodo scientifico” appena descritto ed includono una legge importantissima, non citata nella descrizione riportata più sopra; si tratta della legge dell’onestà intellettuale.

Ogni scienziato che studia una porzione limitata del mondo osservato deve riportare, nel modo più onesto possibile, tutto ciò che osserva; deve mettere in grado i suoi colleghi, in ogni parte del mondo, di poter riprodurre i propri esperimenti e di verificare che le ipotesi formulate siano più o meno valide. In altre parole, ogni scienziato (ma si potrebbe dire ogni essere umano in qualsiasi ramo della cultura) si deve mettere a nudo e deve essere pronto a ricevere critiche, anche aspre, da parte di chi è in grado di poter capire il suo lavoro. Tutto questo in nome dell’evoluzione delle conoscenze e per il miglioramento della qualità della vita umana.
È per questo motivo che persone che pubblicano lavori scientifici in cui sono presenti dati falsi (esempi sono nei riferimenti [5-9]) sono da condannare aspramente; il loro atteggiamento, legato al reperimento rapido di fondi o alla gloria facile, lede il diritto di ognuno alla conoscenza e, di conseguenza, alla libertà di scelta. Sì, perché conoscere significa pensiero critico, capacità di ragionamento e possibilità di scelta consapevole (il recente referendum del 17 Aprile 2016 in cui un aspro dibattito tra fautori del “sì” e fautori del “no” incentrato su argomentazioni che poco o nulla avevano a che fare con il reale quesito referendario è il classico esempio di “margheritas ante porcos”).

Facendo mie le parole di Victoria Samanidou [1], posso dire che il comportamento fraudolento degli studenti durante le lezioni o, peggio ancora, durante le prove di esame, sebbene risibile dal punto di vista di un docente, è da condannare e sanzionare aspramente perché segnale “in nuce” di quello che potrebbe essere un atteggiamento fraudolento in questioni molto più importanti nella vita professionale dei futuri professionisti. Attenendomi solo al mondo accademico ed all’aspetto scientifico, i segnali di cui parlo si possono tradurre in ricerche contenenti dati falsi, lavori in cui sono presenti solo dati positivi (sto parlano di bias confermativi [10] e cherry picking [11]), scarsa attendibilità inter-individuale (ovvero ricercatori che sono autoreferenziali e danno poca importanza ai lavori altrui) e plagio (ovvero ricercatori che copiano a man bassa risultati di altri spacciandoli per propri).

Il rigore del metodo scientifico è, quindi, l’unico modo che abbiamo tutti noi impegnati nelle attività didattiche, per insegnare l’etica, nel significato più nobile del termine, alle giovani menti per il progresso delle conoscenze.

Riferimenti

[1] V. Samanidou, Teaching rights and wrongs, the Analytical Scientist, 2016, 38: 19-20
[2] http://www.laputa.it/blog/del-perche-non-possiamo-attraversare-i-muri-come-harry-potter/
[3] http://www.laputa.it/blog/onde-gravitazionali/
[4] http://www.etimo.it/?term=etica
[5] http://www.nature.com/news/papers-on-stress-induced-stem-cells-are-retracted-1.15501
[6] http://www.left.it/2016/02/16/la-detective-delle-scienze-parla-elena-cattaneo/
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Jan_Hendrik_Sch%C3%B6n
[8] http://www.nature.com/news/2004/041004/full/news041004-19.html
[9] https://debunkingdenialism.com/2015/09/05/flawed-chemtrails-paper-by-herndon-retracted/
[10] https://it.wikipedia.org/wiki/Bias_(psicologia)
[11] https://en.wikipedia.org/wiki/Cherry_picking

Rino Conte

Rino Conte

Laureato in Chimica e con dottorato in Chimica Agraria, ricopre attualmente la cattedra di Chimica Agraria presso l'Università degli Studi di Palermo. La sua attività di ricerca riguarda lo sviluppo della risonanza magnetica nucleare a ciclo di campo nel settore ambientale ed agro-alimentare. In tale ambito si occupa della fertilità dei suoli, dei processi di recupero ambientale e della qualità dei prodotti alimentari. E' stato visiting scientist presso la Wageningen University and Research (Olanda) e visiting Professor presso il Forschungszentrum Juelich (Germania). E' autore di più di 110 lavori pubblicati su riviste scientifiche nazionali ed internazionali e capitoli di libri. Scrive per www.laputa.it, www.debunking.it, www.chimicare.org