INTERVISTA col BIG PHARMA-

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Parlando, non solo di vaccini ma di farmaci in generale, sentiamo spesso nominare Big Pharma, come fosse una lobby, una setta, un grasso mostro mangiabambini.

Personalmente, ritengo che questo termine voglia dire poco o nulla, se non attraverso la parola di chi ci lavora.
Per questo ho deciso di dare la parola al dott. Andrea Soglian (direzione  medica Novartis): medico, papà, stimato ex-compagno di università.  Perchè “big pharma” è soprattutto questo: gente che si è fatta il mazzo all’università e se lo fa tuttora per un lavoro in cui crede e che ama.

Dott. Soglian, cosa si intende per BIG PHARMA?
Non credo che esista una definizione universalmente accettata di “big pharma”. Potremmo dire, del tutto arbitrariamente, che se la più grande azienda farmaceutica fattura in Italia un po’ più di un miliardo di euro, rientrano tra le “big” quelle al di sopra dei 200 milioni. 
In alternativa, possiamo semplicemente dire che una”big pharma” è una grande azienda farmaceutica, probabilmente una multinazionale globale.

Dott. Soglian, lei lavora per Big Pharma?
In questo momento sì. Sono un medico che ha sviluppato la propria attività professionale prevalentemente nell’industria farmaceutica, lavorando per aziende di diverse dimensioni. Ma se lei mi chiedesse semplicementr che lavoro faccio, la risposta sarebbe senza esitazioni “il medico”!

Di cosa si occupa una casa farmaceutica?
Nel mondo del farmaceutico esistono fondamentalmente due tipi di aziende: quelle che inventano, brevettano, sviluppano ed infine commercializzano nuovi farmaci e quelle che si limitano alla fase commerciale, acquistando dalle prime farmaci già sviluppati oppure immettendo sul mercato copie di farmaci il cui brevetto è scaduto, i cosiddetti “generici”.

La casa farmaceutica investe nella sperimentazione? Quanto?
Le aziende che sviluppano farmaci nuovi investono nella ricerca fino al 20% del proprio fatturato, di gran lunga la proporzione più alta osservata nelle imprese private. Per esempio, la seconda categoria per investimento in ricerca è l’industria aerospaziale, che però arriva a malapena all’8%. La spiegazione di questa propensione alla ricerca risiede nel fatto che il guadagno di un’azienda farmaceutica si esaurisce in massima parte nel relativamente breve periodo di copertura brevettuale di un nuovo farmaco, ossia il periodo in cui vige l’esclusività di mercato. Poiché a differenza delle autovetture o delle scarpe nessuno compra un farmaco per il suo marchio o per il design della sua confezione, ne consegue che a brevetto scaduto il prezzo crolla ed un’azienda che nel frattempo non abbia sviluppato qualcosa di nuovo va incontro a morte certa. Naturalmente questo meccanismo genera un circolo virtuoso dal quale la medicina è immensamente giovata, perché la pressoché totalità dei farmaci innovativi entrati in utilizzo dopo il 1950 è stata inventata e sviluppata nel laboratorio industriale di qualche azienda farmaceutica.


Cosa rischia una casa farmaceutica se un farmaco si rivela dannoso?
Dipende. Se le sperimentazioni sono state condotte a regola d’arte e quindi la sempre possibile nocività di un farmaco sia ritenuta imprevedibile, il danno per l’azienda produttrice deriva semplicemente dalla riduzione delle vendite del medesimo farmaco, che a sua volta dipende dalla gravità di tali effetti dannosi, dalla loro frequenza e dal rapporto con la gravità della condizione che tratta. Per esempio, un farmaco per la calvizie che determina gravi conseguenze su un numero importante di soggetti verrà probabilmente ritirato dal mercato con il massimo danno economico per l’azienda, mentre un farmaco che presentasse effetti collaterali anche gravi ma su pochi pazienti a fronte di una grande efficacia nel curare una condizione comume e probabilmente letale, senza alternative più sicure, non subirebbe grossi contraccolpi… almeno fino al giorno nel quale arrivasse sul mercato una molecola nuova e più sicura. Diverso naturalmente è il discorso di un’azienda che nascondesse intenzionalmente dati relativi ad effetti collaterali, e purtroppo qualche volta è successo. In questo caso, al danno economico e di immagine si assommerebbe la giusta sanzione civile per l’Azienda nel suo insieme e penale per il personale coinvolto.


Quanto guadagna una casa farmaceutica dai vaccini pediatrici obbligatori e non?
Riguardo ai vaccini, gli elementi che determinano il ricavo per l’azienda produttrice sono i medesimi che per ogni altro tipo di farmaco. Per esempio il costo di una dose di un vecchio vaccino per l’epatite B è irrisorio, mentre un nuovo vaccino per una malattia infettiva grave e precedentemente non vaccinabile può essere elevato. Come per tuttingli altri farmaci tale costo elevato va a compensare gli investimenti che ne hanno permesso lo sviluppo, senza i quali non sarebbe mai esistito. Riguardo alle vaccinazioni obbligatorie, i costi sono calmierati e concordati con le Autorità sanitarie.


E quanto guadagna dai farmaci da banco normalmente usati in caso di un’infezione virale di media entità?
Non è possibile stabilire il ritorno economico di un farmaco da banco in relazione ad una singola indicazione (come ad esempio un’infezione virale) perchè lo stesso farmaco viene utilizzato contemporaneamente per tante patologie diverse. Sicuramente esiste una stagionailtà nella vendita degli antiinfiammatori legata alle malattie da raffreddamento. A livello del singolo paziente, però, possiamo dire che una dose di vaccino antiinfluenzale costi più o meno come un ciclo di terapia antiinfiammatoria, quindi sicuramente poichè il vaccino viene fatto per definizione a soggetti non ammalati ed in numero molto maggiore, esisterebbe un vantaggio per un’ipotetica azienda che producesse entrambe le cose nel promuovere il vaccino al posto dell’antiinfiammatorio. Naturalmente, però, il vaccino previene le complicanze gravi e letali che l’influenza può avere in soggetti deboli o predisposti, mentre le terapie non lo fanno; pertanto il paragone è abbastanza improprio. Inoltre, se consideriamo altri tipi di vaccino la differenza di costo tra una dose di vaccino per l’epatite e quello di un trapianto di fegato con successiva terapia a vita è del tutto incomparabile.


Può spiegare in modo semplice e chiaro quali parametri si tengono in considerazione per un qualsiasi farmaco (non solo vaccini) prima di commercializzarlo?
Lo sviluppo di un nuovo farmaco segue regole sia scientifiche che giuridiche molto severe. Quando si identifica una molecola che può avere proprietà terapeutiche, per prima cosa viene studiata la sua potenziale tossicità per mezzo di diversi modelli animali. Successivamente, si verifica la sua tollerabilità su soggetti volontari sani (FASE 1). Dopodichè si stabilisce il dosaggio ottimale sperimentando la molecola in piccoli gruppi di soggetti ammalati, generalmente privi di alternative efficaci per la loro condizione (FASE 2). Infine, si sperimenta la nuova terapia su grandi gruppi di soggetti ammalati, confrontandone l’effetto con quello della migliore alternativa disponibile (FASE 3). Quando tutte queste prove sono superate, il farmaco viene messo in commercio e la raccolta dei dati di efficacia e di sicurezza prosegue per diversi anni (FASE 4). E’ importante ricordare che il principale parametro che deve essere considerato è il rapporto efficacia/sicurezza, la cui valutazione dipende moltissimo dal tipo di patologia trattata: un farmaco il cui obiettivo è quello di trattare una patologia lieve per tutta la vita deve essere sicurissimo, mentre un farmaco che tratta efficacemente una patologia sicuramente letale, può presentare effetti collaterali di varia natura purchè il rapporto tra l’efficacia e questi effetti collaterali sia sempre vantaggioso per i pazienti.

Lei ritiene che per comprendere davvero il rapporto rischio/beneficio di un farmaco è necessario essere dei medici o essere nel settore?
Credo che per comprendere in profondità un rapporto rischio/beneficio occorra essere un tecnico del settore in maniera del tutto analoga a quanto avviene per un progetto ingegneristico o per una valutazione legale. Però ci sono alcuni elementi che dovrebbero a mio avviso far parte della cultura scientifica di base di tutta la popolazione: per esempio, sarebbe bello che tutti capissero che se hai l’influenza e mangi due foglie d’insalata mentre balli il tango, e tre giorni dopo guarisci, le due cose non sono da porre in relazione… oppure che non è proprio possibile che se ingrassi è colpa di una “intolleranza” alimentare…


Dott. Soglian, lei che lavora per Big Pharma, ha vaccinato i suoi figli?
I miei figli hanno fatto tutte le vaccinazioni sia obbligatorie che facoltative. Mia moglie che lavora a scuola si vaccina anche contro l’influenza… io invece no, ma solo perchè penso che cinque giorni a letto con la febbre siano un mio sacrosanto diritto. Certamente dopo i 65 anni, mi vaccinerò anche contro l’influenza!

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Riflettiamo dunque sull’uso che facciamo di un farmaco, invece che su astrusi retroscena a noi sconosciuti, perché, a differenza del sapere scientifico, il buonsenso è alla portata di tutti.
*Mary*

*Mary*

Debunker di giorno, poetessa di notte. Non mi laureo in Medicina e Chirurgia, né mi specializzo in Neuropsichiatria ma, dopo aver abbandonato la facoltà, lavoro felicemente molti anni per una grande azienda di carte di credito. Faccio bouquet di caramelle senza assaggiarne nemmeno una: dovrebbe indicare una volontà di ferro, ma la verità è che non mi piacciono le caramelle.