SOCIOLOGIA DELLA BUFALA- nasce… cresce… difficilmente muore.

Articolo di paolakera e Maria Grace Fleed

http://www.corriere.it/tecnologia/social/14_luglio_11/steven-spielberg-triceratopo-facebook-assassino-rabbia-social-2bf403fc-08e7-11e4-89ec-c067e3a232ce.shtml
QUANDO Spielberg uccise il Triceratopo: come una bufala in-credibile abbia suscitato le invettive dei social. Sottotitolo: “Come nasce un utonto”

paolakera:
Per quale motivo le Bufale hanno una tale presa sulla popolazione? Che tipo di persona è più predisposta a credere a notizie false? Perché non ci siamo mai liberati da false credenze, leggende metropolitane, luoghi comuni? Eppure nel mondo “in rete” di oggi tutto lo scibile umano è a immediata disposizione. Quindi perché così tante persone sono predisposte, o cascano anche solo a volte, in imbrogli creati più o meno in malafede?

Noi di Bufale e Dintorni ci siamo posti questi quesiti e abbiamo cercato di risolverli scavando nella storia e nella psicologia. Perché sarebbe troppo facile, e generico, dire che alle bufale credono gli stupidi, che sia esclusivamente analfabetismo funzionale a muovere la diffusione delle false notizie.
Sottovalutare il pubblico non è mai una risposta, a maggior ragione qualora parte di questo pubblico fosse “nemico”. Si deve conoscere bene chi si vuole portare dalla nostra parte. O combattere.

Iniziamo quindi dalla “Storia della bufala”. Noi esseri umani siamo soggetti culturali, soprattutto. Impariamo un linguaggio e mettiamo in ordine il mondo già nei primi mesi della nostra vita. In seguito impariamo quale sia il nostro posto nello stesso, e la nostra relazione con cose e persone a cui abbiamo dato un nome e una collocazione. Tutto ciò che ripetiamo, imitiamo, tutta la conoscenza di questo mondo fatto di cose dicibili è assorbito dalla comunità in cui viviamo. Impariamo col tempo che gridare non va bene, che la mamma si chiama “mamma”, che si mangia a orari prestabiliti e si fa la pipì nel vasetto. Che se ridiamo anche gli altri rideranno, e se mettiamo il broncio il nostro “branco” si incupisce. Tutte questioni più o meno culturali e non necessariamente legate alla sopravvivenza pura; né necessariamente “insegnate” in maniera conscia.
Assimiliamo la “coscienza sociale”. Un sentire comune, diverso da società a società, che ci mette in empatia con gli altri e ci fa concordare su quello che è giusto, quello che è sbagliato, quello che è improprio. Ce l’hanno tutti gli animali sociali; i cani sanno ad esempio che è sempre bene evitare un litigio violento, o che è necessario accudire i piccoli. Lo hanno imparato non per ricerca personale, bensì per empirismo poi tramandato (quello che i comportamentisti chiamano “imprinting”).

Abbiamo quindi un concetto di “giusto” che è culturale, che condividiamo con il branco, e siamo portati a credere a qualcosa perché ci credono gli altri.

Fino al XX secolo la conoscenza posseduta dalla maggior parte dell’umanità era limitatissima. La maggior parte degli esseri umani non si spostava mai dal proprio villaggio (aveva quindi una coscienza sociale ristretta al personale vissuto) e l’accesso alla cultura era ristretto. La popolazione quindi si dava risposte fantasiose alle domande che si poneva. Una malattia era dovuta all’ affascinazione, all’invidia, al malocchio. La carenza di latte nella puerpera, la deformazione del nascituro (quest’ultima addirittura colpa di stress nella gestante, o della visione di “cose brutte”, morte, malattia, deformità. Uno strascico del Mìasma di cultura classica). I figli che non arrivavano. C’erano leggende per ogni cosa, come De Martino nella sua enorme ricerca (“Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo”) ci riporta. Il “sapere” si tramandava così di generazione in generazione con questi termini.
La gallina che non dava più uova, il cavallo impazzito, erano colpa del Laùro (lu Laùru), che in ogni località aveva un nome diverso. Accidenti che si risolvevano con riti tramandati di madre in figlia (era generalmente femminile la perpetuazione della conoscenza di questo tipo), come i rituali di fertilità, i balli sotto il carrubo delle maciare (“Sud e Magia”, sempre di De Martino, per la consultazione) e la divinazione del sesso del nascituro. Verità nelle mani di mammane e guaritori per le quali nessuno si domandava “perché”. Semplicemente era così e nessuno aveva la possibilità, anche volendo, di venir fuori dal proprio villaggio per diventare scienziato, scoprire LA verità. Anche dal ‘700, con la grande esplosione delle ricerche scientifiche, gran parte dell’umanità rimaneva nell’imposta ignoranza.
Si dava quindi per buono ciò che “gli antichi” professavano, raccontando storie la sera davanti al focolare.
Con il propagarsi delle possibilità tecniche di comunicazione ogni racconto si è distribuito capillarmente, e anche le leggende metropolitane, come le chiamavamo noi degli anni ’80. Si sono trasformate, hanno assunto nuovi nomi e acquisito personaggi più moderni. Ma nel contenuto sono ancora i racconti degli antichi.

Reggono sempre molto bene tutte le false credenze sulla gravidanza, un particolare cibo o una particolare posizione durante il rapporto per concepire un maschio o una femmina, e successive divinazioni riferite a forma della pancia e attività del feto (generalmente legate a stereotipi di genere); ormai soprattutto causati da mancata educazione i miti sul sesso, leggende su gente incastrata, varie storielle su oggetti trovati in posti non ben identificati eccetera. Avvertenze come quella di non lasciare il bicchiere incustodito alle feste si amplificavano in “storie in cui improbabili cuggini si erano risvegliati inondati di sangue e senza un rene” (forse amplificazione di fatti realmente avvenuti in India, come alcuni altri  “accaduti a miocuggino”); storielle da Halloween stile circolo di Mary Shelley mescolate con racconti di veri serial killer che diventano metodi efficaci per far tornare presto i figli la sera. E chi non ricorda i mitici sconosciuti che ti regalavano caramelle drogate? I tatuaggi temporanei che rilasciavano droga? (confrontare “Il bambino è servito”  Leggende metropolitane in Italia”, di Cesare Bermani. Nello screenshot il passo introduttivo dell’argomento.)

Cattura

La paura dell’altro, dell’ignoto, concretizzato in racconti che “guarda, Signoramia, te l’assicuro è vero”. Il discorso che “Signoramia lo sa, se vede dei segnetti sul citofono accanto al nome, son stati gli zingari”, risale a perduti decenni passati. Forse nata assieme ai citofoni stessi. Se ne è occupata persino l’utilissima Iena Viviani (il corsivo era d’obbligo, servizio qui) ed è un classico degli sbufalamenti.

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Leggende, che hanno stretto legame e danno origine a luoghi comuni. Racconti del diverso di cui avere paura che hanno occupato anche dibattiti intellettuali, come la vecchia e troppo spesso dimenticata battaglia tra sostenitori del Buon/Cattivo selvaggio successiva alla scoperta delle Americhe. A contatto con il prossimo, il conservatore costruisce argomentazioni più o meno razionali per evitare il “contagio culturale”.
Più o meno utili, discorsi da ascensore o da serata che stenta a decollare, discorsi da balcone. Le leggende metropolitane hanno tenuto banco fino ad ora diventando anche mezzo di guadagno per persone con pochi scrupoli.

Ok, ma perché la gente, ancora oggi, ci crede? Dice Giovanni Sartori nel testo “Homo Videns”:

“Fino al XX secolo, i tre quarti dei viventi erano chiusi e addormentati nei loro villaggi (al massimo, in piccole città). Ora siamo tutti, in quasi sei miliardi, svegliati o svegliabili. È uno smottamento colossale, del quale non possiamo ancora soppesare l’impatto dirompente. Al momento, comunque, è sicuro che un risveglio è apertura al progresso nella accezione illuministica del termine. Per contro, è altrettanto sicuro che a fronte di questi progressi sta un fondamentale regresso: l’impoverimento del capire.”

Maria Grace Fleed:
Nell’era del sapere a portata di click, di google, di wikipedia, si è diffusa la convinzione errata che qualsiasi tipo di conoscenza, anche scientifica, sia facilmente acquisibile attraverso semplice consultazione di pagine web, spesso lette in fretta, saltando qualche riga e quasi mai fino in fondo. Di conseguenza, quasi tutti sono convinti di poter testare l’attendibilità di una notizia, sia che si tratti della morte di un vip sia che si tratti della realizzazione della fusione nucleare a freddo; nonostante questo, un buon 90% non si impegna nemmeno in tale verifica, ma la accetta immediatamente e la mette in circolazione come vera.
Per avvalorare le proprie credenze, si fa riferimento a fonti pittoresche, di dubbia autorevolezza, provenienti da perfetti sconosciuti che si occupano di pretesa contro-informazione (che quasi sempre è dis- informazione) assimilabili a “sbrindasapere.org”, “ilpiùgrandegeniodelmondo.com”,”sotuttoio.net”

L’informazione: questa sconosciutaE’ necessario fare un distinguo tra informazione e verità: la prima può essere vera o falsa, pertanto è necessario dimostrarla; la seconda è già stata dimostrata e comunemente accettata (dove per comunemente si intende nella comunità in cui è utilizzata). Per dimostrare se un’ informazione è vera o falsa è necessario possedere competenze peculiari, pertanto più un’informazione è strettamente pertinente ad un campo specifico, meno persone sono in grado di verificarne l’attendibilità.

Partiamo da un esempio: la storia di Jessica Ainscough, la modella che abbandonò le cure tradizionali, per affidare il proprio cancro alle cure cosiddette “alternative”.
Jessica riceve infatti nel 2008, a 22 anni, la diagnosi di sarcoma epitelioide del braccio destro: una malattia che se curata in tempo ha buone probabilità di guarigione e sopravvivenza. Rivoltasi ad un medico si sottopone ad una dose di chemioterapia inizialmente di successo. Purtroppo, a causa di una recidiva, il sarcoma si ripresenta rendendo necessaria (per le conoscenze relative al 2008) l’amputazione dell’arto. La ragazza è comprensibilmente spaventata e cerca soluzioni alternative. Come avremmo fatto tutti noi!  A questo punto avrebbe potuto cercare e cercare, arrivando alla conclusione che l’amputazione era l’unica soluzione possibile; probabilmente sarebbe ancora viva, con la remota possibilità di essere felice vicino alla sua famiglia.
Oppure avrebbe potuto, come è successo, imbattersi nella cura Gerson.
E decidere di consumare decine di chilogrammi di vegetali e farsi litri di clisteri di caffè.
Alla modica cifra di 15.000 dollari (solo per l’addestramento alla cura).
Diviene social-testimonial, onnipresente e bellissima, di questa cura. Si presenta come “colei che ha curato il cancro con la natura” e rilascia interviste e testimonianze di come è “guarita”. Racconta che la madre ha un cancro al seno e ha rifiutato le cure tradizionali per il metodo Gerson. Passano 5 anni. Si dice completamente rimessa, ma nelle apparizioni ha sempre il braccio nascosto; finché non è costretta ad ammettere che l’arto è completamente danneggiato. Incolpa la chemio, ma è facilmente smentita dalle foto degli anni precedenti, in cui non vi era alcuna lesione.

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Jessica comincia a ritrattare, ma data la massiccia testimonianza mediatica, le è impossibile rettificare le proprie affermazioni, come cerca di fare per negare di aver mai detto che stava guarendo.

La malattia prosegue, inesorabile. La madre muore per il cancro “non curato” con la medicina naturale.Purtroppo la ragazza continua a presentarsi, sorridente, a eventi pubblici in cui tenta di ridimensionare la propria storia. Lo fa fino al febbraio 2015, quando muore.

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Credo che la storia sia di semplice interpretazione e che a tutti sarà facilissimo individuare l’emissario della bufala e il fruitore involontario e successivamente volontario e comprendere le motivazioni alla base del primo (economiche) e del secondo (umane troppo umane). Si tratta di un caso limite, certo: ma proprio il limite è l’evidenza della pericolosità di questi meccanismi. Una volta dentro il vortice della disinformazione, soprattutto quando questa è vantaggiosa sia per chi la origina che per chi la fruisce e la diffonde (che questo vantaggio sia materiale o emotivo non fa differenza), diventa difficile e quasi inapplicabile la correzione delle convinzioni. La mancata ammissione della realtà da parte di un singolo, ha sempre delle ripercussioni anche sulle esistenze altrui, contribuendo addirittura alla loro fine qualora si istighi ad abbandonare una cura che può salvare le loro vite o prolungarle; come per la mamma di Jessica ma anche altri che avranno sfortunatamente deciso di seguirne l’esempio. Inoltre, considerando un video o un’intervista a caso tuttora reperibili online e senza conoscere l’esito di questa triste storia, è sempre possibile utilizzare questi frammenti a sostegno di nuove bufale pseudoscientifiche.

La motivazione principale per cui colui che diffonde bufale e credenze non le identifica come tali è sostanzialmente una: NON VUOLE!
Per questo è portato a ricercare siti dove si conferma ciò che già ha etichettato come vero, nonostante queste fonti siano chiaramente prive di  attendibilità e di ufficialità. Infatti, anche una volta dimostrato che la notizia in questione è falsa (in alcuni casi  addirittura dopo smentita stessa da parte dello stesso mittente della bufala), molti soggetti continuano a sostenerne la veridicità, incapaci di seguire un ragionamento logico razionale, ma adducendo spiegazioni prive di valore e astruse.
Nulla accade, in psicologia e più in generale in natura, senza che vi sia un vantaggio; persino ove, alle volte, questo vantaggio è travestito da svantaggio.
Il vantaggio della bufala ha due gaudenti: l’ideatore, spinto solitamente da motivazioni  economiche e/o manipolatorie, e il credulone diffusore, spinto solitamente dal desiderio di rendersi utile e/o dal narcisismo. Il bisogno di avere ragione insito nell’essere umano, farà il resto. 

Dalla disinformazione alla bufala il passo è un passetto.
L’informazione errata o incompleta, è un tipo di disinformazione che può essere involontaria: ad esempio quando la globalità della stessa è l’insieme di una serie di aggiornamenti riguardanti lo stesso evento. Prendiamo ad esempio la cronaca di un disastro naturale, di uno scrutinio, di uno studio scientifico; ognuno degli stadi “intermedi” ha una sua veridicità nel momento in cui si verifica, che non è una veridicità assoluta in quanto solo un frammento di quella che sarà l’acquisizione dell’informazione ultima. Ad un orario determinato, del 11/09/2001 era vero che le vittime dell’attentato alle Torri Gemelle erano un migliaio, come è vero che successivamente furono stimate in quasi tremila. Allo stesso modo, era vero che Raffaele Sollecito e Amanda Knox erano colpevoli nel gennaio 2014, mentre non lo erano nel marzo 2015.
Dunque è possibile accogliere un’informazione parziale come vera senza conoscere l’esito degli aggiornamenti, oppure farlo più o meno in malafede occultando gli sviluppi che non avvalorano quello che sosteniamo…oppure utilizzare una parte dell’informazione irrilevante e caricarla di un significato differente da quello effettivo, inventato.

A questo punto nasce la BUFALA. Ma la bufala può avere origine anche da pettegolezzi, da macchinazioni, da campagne diffamatorie, da interessi dissimulati e persino da psicopatia. Attraverso la disinformazione e l’invenzione di notizie false, alcuni ritengono addirittura di applicare un concetto machiavellico, quello dei “mezzi giustificati dal fine” (ad esempio: testimonianze false o manipolate a dimostrazione della responsività ad un trattamento).
Altre volte, il “disinformato” diffonde la falsa notizia e ogni prova che adduce a dimostrazione è in realtà un rinforzo alla sua stessa credenza, che inconsciamente sa essere debole e vacillante, ma gli è necessaria in quel momento perché non trova altrettanto allettante la realtà dei fatti. 

Del resto, neppure la ritrattazione stessa comporta necessariamente la destituzione di fondamento della bufala, poiché nella correzione delle cattive informazioni intervengono meccanismi inconsci e subconsci molto complessi e tuttora oggetto di studio, di cui parleremo in un prossimo articolo: si dice infatti “stickiness of misinfomation” per intendere quanto una falsa credenza sia appiccicosa, vischiosa.

In un periodo storico come il nostro, ben diverso dal Medioevo, quando il sapere- poco- era appannaggio di alcuni -pochi- e i potenti manipolavano le masse grazie all’ignoranza e alle credenze popolari, come è possibile che acquistino credito notizie facilmente smentibili e smontabili e che continuino a circolare e ripresentarsi ciclicamente per mezzo di social network e siti vari ed eventuali? L’informazione e il potere sono, come spiega la scienza della comunicazione, profondamente interconnessi.

Una delle componenti più importanti da considerare è l’attendibilità della fonte, che nelle false credenze non è dovuta in primis al riconoscimento di una competenza di alto livello della fonte (come dovrebbe essere), ma ad una affinità emotiva o morale. La maggior parte delle bufale citano fonti inventate, attribuiscono titoli fantasiosi, dottorati di ricerca in materie inesistenti, presidenze autoconferite di associazioni che comprendono un singolo elemento (per fare un esempio, qualcosa come la presidenza dell’associazione di coloro che si chiamano Guido Bianchi e sono nati il 29/02/ 1964). Fonti che vengono accettate tanto più hanno impatto emotivo e tanto più l’informazione falsa è aderente all’esigenza del destinatario: esigenza di indignarsi, di sentirsi superiore, di saperne di più, di distinguersi.
O semplicemente di crederci.

Naturalmente la bufala ha un gergo proprio, un linguaggio voluto ed efficace: semplice, perché l’informazione, per essere diffusa, deve essere riproducibile e ben memorizzabile; per esempio: cifre tonde o divisibili per cinque per i dati numerici e le date o, se vengono riportati dati e statistiche, siano perlopiù ridondanti e di difficile interpretazione, esclusivamente inseriti per rallentare il filo logico e fare confusione. I messaggi sono studiati per dare la sensazione di rivelare una verità scomoda ai più, ma non a quel “genio” dell’interlocutore che si sentirà gratificato se crede e divulga, infastidito se censura.
A questo stadio precoce chiunque può sbagliare, per ingenuità, stanchezza o caso, ma non tutti restano invischiati nel meccanico della falsa convinzione. Perché quest’ultimo attecchisca, l’informazione deve superare la prova della “coerenza interna“: deve riuscire ad inserirsi nel nostro bagaglio di conoscenze in modo armonico. E, poiché le conoscenze che abbiamo acquisito nel corso della nostra esistenza scolastica, lavorativa e cazzeggiativa non sono necessariamente esatte, soprattutto quando riguardano materie in cui non siamo ferrati, può capitare che una cognizione errata si inserisca perfettamente all’interno di una rete di convinzioni altrettanto errate, rinforzandole e traendo forza da esse. 
Questo spiega perché si è più inclini ad accettare alcune false credenze piuttosto che altre, a seconda del tipo di substrato che si è creato nella nostra psiche.
Come possiamo uscirne?
Verificando ogni informazione. Verificando soprattutto quello che più ci piacerebbe accettare per vero. Continuando ad essere curiosi. Cercando le notizie più recenti su qualsiasi argomento, consapevoli che gli aggiornamenti della verità non finiscono mai. Essendo umili, su ciò che non comprendiamo per mancanza di studi. Essendo sicuri di noi, quando abbiamo la padronanza di una materia. Essendo coraggiosi. 
Perché la conoscenza richiede molto, molto coraggio. Di questo e altro tratteremo in seguito.
Perché la conoscenza è libertà.

CREDITS:

Il “laùru”, ovvero diaboliche etimologie …


http://www.giornalettismo.com/archives/162705/cinque-leggende-metropolitane-quasi-vere/
http://www.unive.it/media/allegato/dprog/documenti/campusone/M1_6_Vecchiato.pdf

http://medbunker.blogspot.it/2014/06/fuggire-dalla-realta-la-storia-di.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Max_Gerson
http://medbunker.blogspot.it/2009/07/nacci-gerson-e-le-supervitamine.html
http://spazio-psicologia.com/psicologia-2/current/perche-crediamo-alle-bufale/
http://psi.sagepub.com/content/13/3/106.full.pdf+html?ijkey=FNCpLYuivUOHE&keytype=ref&siteid=sppsi

BIBLIOGRAFIA:

  • Ernesto de Martino  Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo, Einaudi, Torino, 1948; n. ed. Boringhieri, Torino, 1973 (con introduzione di Cesare Cases e in appendice testi di Benedetto Croce, Enzo Paci, Raffaele Pettazzoni e Mircea Eliade)
    Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959; n. ed. 2002 (con introduzione di Umberto Galimberti)
    Ricerca sui guaritori e la loro clientela, a cura di Adelina Talamonti, Argo, Lecce, 2008 (con introduzione di Clara Gallini)
    Cesare Bermani Il bambino è servito: leggende metropolitane in Italia. EDIZIONI DEDALO, 1991
    Giovanni Sartori Homo videns. Televisione e post-pensiero, Roma-Bari, Laterza, 1997
    Andrea Barham L’ABC delle bufale. Leggende metropolitane, falsi miti, luoghi comuni da sfatare, Editore:De Agostini , 2012

*Mary*

*Mary*

Debunker di giorno, poetessa di notte. Non mi laureo in Medicina e Chirurgia, né mi specializzo in Neuropsichiatria ma, dopo aver abbandonato la facoltà, lavoro felicemente molti anni per una grande azienda di carte di credito. Faccio bouquet di caramelle senza assaggiarne nemmeno una: dovrebbe indicare una volontà di ferro, ma la verità è che non mi piacciono le caramelle.