BUFALA DELL’ ANALFABETIZZAZIONE DEL MERIDIONE- revisionismo o complottismo storico?

bufala rev

“Molti non sanno, che subito dopo l’annessione del regno borbonico allo stato sabaudo, in tutto il sud furono tenute chiuse le scuole per circa 15 anni, in modo da ottenere un’intera generazione di analfabeti da utilizzare come servi nelle zone industrializzate del Nord.”

leggi l’articolo qui (maggio 2011)

La scorsa settimana, una lettrice della nostra pagina facebook ci ha sottoposto questo articolo, chiedendoci se la notizia riportata nell’ estratto fosse una bufala.
Non nego che la questione mi abbia incuriosito, amando la Storia ed essendo in parte meridionale, al punto che mi sono attivata tra rete e antologia storiografica per capire quanto di vero ci sia in questa affermazione…E per analizzare l’articolo e capire se contiene le tendenziosità proprie del genere bufalesco.

Prima di tutto spero che la virgola prima della congiunzione dichiarativa sia solo il frutto di un crampo alle dita.

Ci si aspetterebbe un articolo storico-revisionista che dia una nuova lettura della storia della scolarizzazione trattando in particolare la questione meridionale, se non fosse che:

L’abstract NON contiene e anticipa informazioni che vengano poi ampliate e spiegate nell’articolo, il cui corpo è invece la semplice copia di una notizia riportata letteralmente dal blog  Orizzontescuola  tramite agenzia di stampa ASCA. Si tratta di una semplice graduatoria del livello delle scuole italiane per regione, un elenco piuttosto dettagliato che vede in testa gli istituti del Piemonte e in coda quelli della Campania, con una certa ripresa negli ultimi anni.

Rintraccio un articolo del 2006 sul blog di Beppe Grillo in cui si cita per la prima volta (è il riferimento più datato che abbia rintracciato in rete), una chiusura delle scuole al sud successivamente all’Unità d’Italia, dove si quantifica questa chiusura addirittura in 20 anni e non  15 come  nella forma più recente sopra riportata. Questa affermazione è presente solo nei commenti in coda all’articolo ed è priva di eventuali fonti storiche relative.

Non trovo alcun documento storico, ufficiale o ufficioso, che riguardi una chiusura volontaria delle scuole negli anni postgaribaldini, salvo qualche affermazione contenuta su siti autodefiniti “borbonici”,  in cui si paventa un “segreto di stato” sulle vicende relative al caso. Mi pare alquanto improbabile – per non dire scomodo- che un avvenimento come la chiusura di un istituto pubblico per un periodo così lungo possa essere in tenuta nascosta in qualsiasi modo, in un periodo che dista da noi una manciata di generazioni e quindi relativamente recente. Parafrasando: è possibile che le scuole fossero chiuse e che nessuno se ne fosse accorto o lo avesse in qualche modo riportato?

…MA: COME FUNZIONAVA LA “SCUOLA” NEL 1860?

Nel 1859 era stata approvata la Legge Casati, in cui l’istruzione diveniva a tutti gli effetti PUBBLICA dalla primaria all’università, gestita dai comuni fino ai primi due gradi e successivamente a carico dello Stato. Questo fino al 1881. Esattamente il periodo che stiamo prendendo in considerazione.

Da qui emerge un dato importante: le scuole potevano essere chiuse solo dai comuni stessi. Quando accadeva? Quando suddetti comuni non avevano abbastanza soldi (o interessi) per mantenerle. Come sappiamo, nel regno “Borbonico” la classe istruita e attiva economicamente era la vecchia aristocrazia, che si formava presso scuole clericali, quando non all’estero. La maggior parte della popolazione era analfabeta, dato non differente dal nord se non per percentuale certo (ma non dimentichiamo che la classe borghese emergente era in grado di assicurarsi un’istruzione).  Infatti, certi comuni, troppo poveri per finanziare la scuola, la lasciarono organizzare dal clero del luogo.

Il primo ostacolo a questa unificazione culturale era la lingua. Doppio problema, in realtà, a causa della mancanza di una lingua comune, che testimoniava dell’incompiutezza culturale del paese, ma sottolineava anche fortemente la frattura tra le élite colte che avevano adottato l’italiano come lingua comune, cioè nel 1860 il 2,5% della popolazione, e la grande maggioranza che utilizzava i dialetti molto diversi tra loro. Questi dialetti erano d’altronde anche delle «lingue», con delle opere notevoli, sia al nord che al sud.

Solo con l’opera di Alessandro Manzoni (incaricato dal ministro della pubblica Istruzione), si cominciò un’opera di unificazione a livello linguistico che senza dubbio vide più avvantaggiato il settentrione, ma che incontrò problemi notevoli ovunque. Problemi che probabilmente conosciamo nel dettaglio solo relativamente al posto in cui noi stessi viviamo.

Come mai invece la fine dell’800 segnò l’epoca d’oro di atenei quale l’Università di Catania, che vissero un periodo di grande splendore grazie a personaggi come Mario Rapisardi  ? Perché costui studiò privatamente dai frati, come quasi tutti i ragazzi che potevano permettersi di studiare. Non ci fu mai una vera “scuola pubblica” fino agli inizi del ‘900 perché non ci furono investimenti -da parte dei comuni del sud- in tal senso e l’istruzione continuò ad essere considerata un “fatto per nobili”. Questo senza alcuna coercizione, visto che le università, a sostentamento statale, continuarono invece a funzionare in modo soddisfacente.

Per citare un altro istituto tra i più illustri, l’Università di Napoli subì delle gravi perdite di prestigio quando dopo l’unificazione, dovette uniformarsi alla legge Casati, rivelando forti disparità rispetto alle altre sedi italiane, proprio a causa della numerosità di istituti privati concorrenti. Per merito di leggi specifiche, volte a standardizzare le Università italiane, come il decreto legge del 30 maggio 1875 (emanato da Ruggiero Bonghi) e il Regolamento del 1876 (emanato da Michele Coppino), l’ateneo partenopeo riuscì ad abbattere tali diversità, già evidenziate nel 1860 dal direttore generale della Pubblica Istruzione Francesco de Sanctis (di NAPOLI), che contribuì energicamente al suo ammodernamento.

…MA: LE INDUSTRIE  CHE AVREBBERO BENEFICIATO DELLA MANODOPERA A BASSE ASPETTATIVE SI TROVAVANO TUTTE AL NORD?

Nel 1860  in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. («150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011», edito da Il Mulino e presentato oggi alla Camera dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, Svimez.): non ha senso, dunque, la teoria secondo cui la manodopera mantenuta ignorante dovesse andare a lavorare nelle fabbriche del nord, a meno che non lo preferisse perchè le condizioni erano migliori (seppur al limite dello sfruttamento).

Mi sento dunque autorizzata a trarre le seguenti conclusioni:

– Le difficoltà indubbie dei paesi meridionali sono dovute ad una concomitanza di situazioni sfavorevoli, come il gap tra i ceti sociali, e di cui non entro nel merito se non per ciò che è verificabile tramite le opere storiografiche e i documenti dell’epoca.

– Non esisteva alcuna condizione legislativa per la quale sarebbe stato possibile, nonché auspicabile, chiudere per 15 (o 20?) anni le scuole al sud (generico sud?) in quanto erano istituzioni comunali.

-Il tono dell’articolo preso in questione, senza attinenza tra abstract e corpo e senza alcuna analisi e citazione bibliografica, non è veritiero.

In merito al revisionismo storico, nel cui campo questa bufala si colloca, sono convinta che se i revisionismi fossero attuati con metodo e obiettività, sarebbero sempre di grande utilità per tutti.
Purtroppo, così non è.
Purtroppo si sente la necessità di rivedere quello che non fa comodo, a favore di discolpe, giustificazionismi, a volte penosi negazionismi.”

Che peccato.

“E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.” (F. De Gregori)

Credits:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-30/nord-anni-economie-confronto-130630.shtml?uuid=Aazf1obD

http://www.dirdidatticamelia.it/htm/storiascuo/1940-1960/web/percorso%20legislativo.htm

http://www.asca.it/newsletter_stampa.php?id=3647

 http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Casati

Bibliografia:

Marcello Pattarin “L’anima del risorgimento italiano (documenti letterari del risorgimento, dal 1815 al 1861)”

Collana “Studi e Ricerche Svimez”150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011”

Antonio Desideri “Storia e Storiografia” vol 2-3

 

*Mary*

*Mary*

Debunker di giorno, poetessa di notte. Non mi laureo in Medicina e Chirurgia, né mi specializzo in Neuropsichiatria ma, dopo aver abbandonato la facoltà, lavoro felicemente molti anni per una grande azienda di carte di credito. Faccio bouquet di caramelle senza assaggiarne nemmeno una: dovrebbe indicare una volontà di ferro, ma la verità è che non mi piacciono le caramelle.